Stava cominciando proprio male quella vacanza tanto desiderata! Elena, la mia amica, mi aveva telefonato alle 22. Ricoverata d’urgenza per un attacco d’appendicite. Alle 2,30 avevamo il volo per Madrid e da lì il proseguimento per l’America Centrale. Oltretutto pioveva a dirotto. Avevo già fatto la valigia. Se non partivo avrei perso il denaro e non era poco, per un’impiegata! Andare da sola, come mi aveva esortata Elena mi metteva molta agitazione ma dovevo vincermi, forse era sempre meglio che andare in sala operatoria!
Durante il volo mi calmai e riuscii anche a dormire. Ancora 2 ore di sosta in aeroporto e poi il volo di 12 ore che mi avrebbe portata nel paese dei Maya!
Alle 17 ecco apparire nell’oblò la città, o meglio una sconfinata baraccopoli, con al centro una selva di grattacieli. Recuperata la valigia senza problemi, mi sono avviata verso il controllo. Il semaforo tanto temuto era guasto, fuori servizio! Nessun controllo, vuoi vedere che la “sfiga” si era dimenticata di me? L’assalto dei taxisti, appena uscita, ero poco lucida per contrattare il prezzo della corsa, per quanto mi avessero avvisata di trattare su tutto: 50 dollari per andare in albergo, l’unico cha avevamo prenotato. Un’auto sgangheratissima, in cui per qualche minuto avevo temuto che non mi avrebbe portata all’hotel, poi, dopo aver constatato che seguiva le indicazioni del “Centro Historico”, mi ero tranquillizzata o quasi. Un’ora di tragitto in un caos tremendo, che mi faceva pensare che qui la patente fosse optional. Clacson infernali, trombe e trombette, Odori di tutti i generi, scarichi e cibi, che entravano dai finestrini bloccati. Fortunatamente l’albergo, prenotato un po’ alla cieca e in economia, era pulito. Un bella doccia e un letto accogliente. Alle 4,30 ero sveglia! Mi avevano avvisata che l’effetto del fuso orario non perdona! Cercavo di ricordare il sogno che mi aveva eccitata. Una specie di divinità con un grosso fallo che si era materializzata uscendo dalla scultura e trasformandosi in un bellissimo “indio” (il fallo però era rimasto enorme, come quello del dio!). Ho fatto scivolare la mano fra le gambe e mi sono masturbata fino all’orgasmo. Così almeno mi sarei riaddormentata! Alle 9 era squillata la sveglia telefonica che avevo richiesta per le 7,30! Colazione in albergo e poi prima tappa in autobus verso le piramidi Maya! Durante il viaggio non mi ero certo annoiata, suonatori che salivano quasi ad ogni fermata, canzoni scatenate o romantiche, baracche e cemento dai finestrini, odori e puzze di ogni genere, bambini che facevano il bagno all’aperto, donne che facevano il bucato, sorpassi da brivido subiti o fatti dal nostro autista in una serie infinita di competizioni senza senso. Curve prese a folle velocità, con il bagaglio dei passeggeri che volava giù dalle mensole! Finalmente ecco le piramidi! Il fiatone a salire fin lassù su quei gradoni altissimi e stretti, ma alla fine il panorama mozzafiato! Peccato che non ero riuscita concentrarmi un po’ a causa del baccano infernale fatto da alcune persone. Recuperata l’energia necessaria per ridiscendere e affrontare la salita alla seconda piramide, qui ero stata premiata dal fatto che molta gente aveva probabilmente rinunciato alla faticata ed era molto più facile restare in raccoglimento ad immaginare quel mondo in cui erano sorte. Ricaricata a dovere, avevo affrontato il viaggio di ritorno in autobus, interrotto solo per far salire due poliziotti che avevano controllato alcuni documenti, tra cui anche il mio passaporto, senza una parola. Arrivata in albergo, avevo fatto una doccia e poi fuori a giro nei mercatini, dove si faceva di tutto, treccine, dred, piercing, bancarelle dove si vendeva di tutto o si cucinava di tutto, gruppi folkloristici che suonavano e ballavano. Dopo aver mangiato a un McDonald e spedito due mail, una a Elena e l’altra al mio ragazzo, ormai stanca, ero rientrata in albergo.
Il giorno successivo la sveglia telefonica era squillata quasi puntuale!
Non me la sentivo proprio di affrontare di nuovo la bolgia di quei bus, mi sembrava di essere tutta indolenzita per i sobbalzi e le spinte, frastornata dal vociare e dai canti, disgustata dall’odore dei cibi. Avevo impiegato un bel po’, nella vasca da bagno della camera d’albergo a liberarmi dalla polvere che entrava dai finestrini bloccati ed ero ancora terrorizzata dalla velocità folle con cui l’autista affrontava le curve e dai sorpassi spericolati. Avevo deciso di noleggiare un’auto, anche se l’insegna e l’aspetto del locale di autonoleggio non erano rassicuranti e neppure l’aspetto della vecchia Ford che mi proponevano. L’interno non era poi così sporco come temevo ed il motore rispondeva al primo colpo, così mi ero avviata verso la meta stabilita. Lasciata la città, mi ero alquanto rassicurata e la paura di aver commesso un nuovo sbaglio mi era passata. Ero in viaggio da poco più di un’ora quando, quando da una vettura ferma al bordo della strada vidi sbucare due uomini che indossavano una divisa dall’aspetto vecchio, sbiadita e sgualcita, che mi facevano segno di fermarmi con una paletta della polizia. Chiesero i documenti miei e della vettura, mi domandarono se ero una turista o se fossi lì per lavoro e mi dissero di attenderli in auto. Si erano messi ad esaminare le carte insieme ad un terzo, in abiti civili, che era sceso dalla loro vettura. Sembravano discutere animatamente fra loro, ma non m’impressionai più di tanto perché ormai avevo capito come tutti fossero incapaci di parlare di con un tono di voce “normale”. Cercavo di capire di cosa stessero discutendo ma parlavano troppo velocemente, quando ad un tratto mi sembrò di percepire le parole “auto rubata”. Cominciavo a preoccuparmi, quando tutti e tre tornarono verso di me dicendomi che dovevo andare con loro, perché l’auto risultava rubata. La mia insistenza nel fargli prestare l’attenzione al documento di noleggio risultò inutile perché continuavano a ripetere che l’auto era stata rubata e che dovevo spiegare come ne ero in possesso e cosa andassi a fare con quella. Ero agitata, impaurita, mi fecero salire sulla loro auto e l’uomo in borghese, che sembrava essere di grado superiore, sedette con me sul sedile posteriore. Uno di loro salì sulla mia vettura e facemmo un quarto d’ora di strada insieme fino all’inizio di un centro abitato, fermandoci proprio alla prima casa del paese. Non aveva insegne che la identificassero come un posto di polizia, entrammo con le vetture nel cortile. Mentre entravamo all’interno potei vedere quello che aveva guidato la mia macchina, chiudere un pesante portone. Nella stanza c’era una scrivania con un computer, carte sparse in disordine, dei piatti sporchi su una delle sedie, una scaffalatura su montanti metallici, piena di raccoglitori. Ricominciarono a chiedermi cosa facessi lì con un’auto rubata e nonostante io gli ripetessi di essere una turista, tornavano sempre a chiedermi la medesima cosa a turno, mostrando chiaramente di non credere minimamente a quello che dicevo. Giravano per la stanza, guardandomi con un insistenza che non mi faceva stare per niente tranquilla, i loro sguardi si soffermavano sulle mie gambe scoperte, ed io maledivo dentro di me l’idea di aver indossato dei calzoncini corti anziché i soliti jeans. Ad un tratto quello che sembrava il capo mi disse che dovevano trattenermi per un po’ in attesa di fare degli accertamenti, dato che io insistevo a non collaborare e non volendo spiegare perché viaggiassi su di un’auto rubata. Mi disse che purtroppo non disponevano di una cella confortevole e mi fece entrare in una stanza con pavimento e pareti ricoperte di piastrelle, in parte sbeccate, priva di qualsiasi arredamento, neppure una seggiola, e mi rinchiusero, lasciandomi al buio. Non so dire quanto tempo restai lì dentro, forse un paio d’ore, poi mi riportarono nell’ufficio. Mi dissero che avevano fatto controllare i miei documenti e che erano risultati falsi, sia il passaporto che tutti gli altri. Ero terrorizzata, dopo tanto stare al buio, facevo fatica distinguere le loro facce e quello che mi veniva mostrato, non riuscivo a capire perché dicessero una cosa del genere, e quando finalmente posai gli occhi con attenzione sul passaporto che mi mettevano davanti con insistenza, rimasi allibita, senza parole, pensando per un attimo di essere in un incubo o improvvisamente impazzita. Avevo in mano non il mio passaporto, ma uno che recava la mia foto ed il nome di Manuela Galgos. Man mano che recuperavo lucidità mi rendevo conto della grossolanità del falso. Era scritto a penna , una biro probabilmente, la foto era mia ma sgranata, guardandomi intorno potevo vedere uno scanner che non si erano neppure curati di nascondere. Chiesi che fine avessero fatto i miei documenti ”veri”, la risposta fu che erano loro a fare le domande ed io dovevo dare le risposte “per il mio bene”. Era il capo, ormai, che guidava la situazione, gli altri lo chiamavano “Rubio”, chi sa perché dato che era nerissimo di occhi, di capelli ed anche i baffi foltissimi. Chiedeva i nomi di chi mi aveva dato i documenti e la macchina, ormai avevo capito che ero in un guaio grosso, chiedevo di poter telefonare al consolato o all’ambasciata. “Quale? Non sei italiana!” mi rispondeva mostrandomi quello che sosteneva fosse il mio passaporto. Rideva ma presto cambiò tono e mi disse bruscamente che dato che non collaboravo e che lui pensava avessi della droga con me, avrebbe dovuto perquisirmi. Obbiettai che avevano il mio bagaglio e l’auto; lui scuoteva la testa: “Una perquisizione intima”, aggiunse. Dissi che avevo diritto che fosse personale femminile a farla, eventualmente. Rideva di nuovo: “Non ci sono poliziotte, qui! Siamo solo noi! Te la farò io!”. Il mio terrore andava crescendo, capivo che non potevo fare niente e mi sentivo una strana sensazione di vuoto in tutto il corpo, cervello incluso. Mi appesero per i polsi, con le manette, ai montanti della scaffalatura. Mi tolsero calzoncini e slip. Rubio si avvicinò, mentre gli altri due mi tenevano le caviglie, facendomi allargare le gambe. Rubio era vicinissimo, appoggiò la mano sul pube, chiusi gli occhi, sentivo il mio respiro ansimante, ed anche il suo era affrettato, il suo dito mi scivolò fra le labbra della fica, massaggiandomela, passava dal clitoride all’interno delle labbra, allargandomi sempre di più. Stringevo le mascelle, non volevo assolutamente provare alcun piacere ma non ero certa che ci sarei riuscita, anzi, dopo poco, mi resi conto con rabbia che il piacere fisico avrebbe avuto la meglio. Ormai il suo dito mi penetrava per tutta la lunghezza, spalancai gli occhi quando uscì da me, guardai verso il mio ventre in tempo per vedere come l’altra mano m’introduceva un astuccio lungo di colore metallico, come una custodia di certi grossi sigari cubani, era anche freddo, me lo spinse dentro per tutta la sua lunghezza e il suo dito riprese a masturbarmi. Ero furiosa con me stessa, mi rendevo conto che ero ormai vicina all’orgasmo, scoppiai a piangere, mentre le prime contrazioni della vagina e la fuoriuscita di umori lungo le cosce mi confermavano che ero venuta. Rubio estrasse l’astuccio, se lo portò sotto il naso, lo annusò fragorosamente, facendolo sentire anche agli altri due. Poi cominciò a svitarlo e quando fu aperto, vidi un po’ di polvere bianca cadere sul pavimento. Rubio si chinò a raccoglierla col dito, l’annusò, la portò sotto al mio naso perché l’annusassi anch’io, la fece sentire anche agli altri: “E di questa coca, cosa ci racconti? Non dirai che non è tua, anche se un giudice facesse fare un esame di laboratorio troverebbero il tuo DNA sull’astuccio!”. Mi sentivo perduta. Rubio si avvicinava di nuovo, lo vedevo aprire la lampo dei jeans, infilare dentro la mano ed estrarre un grosso cazzo che mi appoggiò sul ventre. Mi chiedevo affannosamente cosa avrei potuto fare, se fosse meglio per me lasciare che facesse quello che immaginavo o cercare d’impedirglielo, ma come? Si fece dare dagli altri le chiavi delle manette, mi liberò una mano, la prese con la sua e la portò a stringere il cazzo duro. Con quel cazzo in mano restavo immobile, lo sentivo pulsare, gonfiarsi di sangue e sentivo anche gonfiare in me una rabbia impotente, contro di loro e contro me stessa. L’impulso fu più forte di qualsiasi ragionamento, strinsi il cazzo fra dita con tutta la mia disperazione e gli piantai le unghie alla base, all’attacco con i testicoli. Rubio urlò, scostandosi: “Cagna! Spogliatela e portatela di là e vedremo se diventi più docile!”. Mi tolsero anche la maglietta e il reggiseno e mi portarono di nuovo nello stanzino piastrellato, lasciandomi cadere a terra. Mentre scivolavo giù uno di loro mi strinse con forza i seni e soprattutto i capezzoli, dandomi un brivido non solo di dolore. Rimasi lì col freddo delle piastrelle contro la schiena e le natiche, con i capezzoli duri, disperata ed eccitata insieme e scoppiai in un pianto irrefrenabile nel buio. Mi svegliai di soprassalto, terrorizzata dalle loro grida: “Svegliati cagna! Non puoi dormire, devi dici per chi lavori, per chi è la droga, chi ti ha dato l’auto e i documenti!” Il cuore mi batteva all’impazzata, non riuscivo ad aprire gli occhi, accecata dalla luce improvvisa e sentii il liquido caldo che mi zampillava addosso, sulla testa e su tutto il corpo. Dall’odore, capii che mi stavano pisciando addosso. Feci in tempo a vederli scuotere i cazzi, prima di riporli e di uscire, ridendo sgangheratamente e lasciandomi di nuovo al buio, nel fetore della loro urina. Non ho nessuna idea di quanto io sia rimasta lì dentro, alternando il sonno ai risvegli, provocati dalle loro urla e da un bagno d’acqua o di altra urina.
Era giorno, ma quale non saprei, quando aprirono di nuovo la porta e mi aiutarono a sollevarmi. “Madonna, quanto puzzi! Vuoi farti un bagno?” Mi misero dentro la vasca. Mi portarono la mia valigia, e mi lasciarono lì, con l’acqua che scorreva, dopo avermi dato il mio bagno schiuma e lo shampoo. Quando tornarono ero addormentata nella vasca, mi sollevarono, mi scaricarono su di un letto. Ricordo vagamente le loro mani che mi asciugavano, in qualche modo, la morbidezza del contatto con il lenzuolo, affondando nel soffice materasso e sprofondai nel nulla.
Era buio, quando mi svegliarono. Non riuscivo a capire dove fossi e perché fossi lì, poi a poco a poco ripiombai nell’incubo, ricordando.
“Hai fame, cagna?” Era Rubio. Mi mise un collare al collo e mi fece alzare dal letto. “No, non così! Devi stare a quattro zampe, come una brava cagnetta ubbidiente! Vero che sarai ubbidiente, adesso? Non vuoi più tornare in cella, vero?”.
No, non volevo tornarci, in quell’incubo non volevo più ripiombare, avrei fatto qualsiasi cosa per non ritornarci più, questa era la mia unica certezza in quel momento. Legò il mio collare alla scaffalatura e si sedette a tavola con gli altri. Mi resi conto di aver fame anch’io. Misero in una scodella un poco di quello spezzatino di carne profumato e piccantissimo che stavano mangiando e quando feci il gesto di portarmelo alla bocca me lo impedì, dicendomi che io non avevo le mani, essendo una cagna e quindi dovevo arrangiarmi con la bocca nel piatto. Adesso sentivo veramente la morsa della fame e cercai di mangiare, senza usare le mani. Il risultato fu disastroso: riuscii a masticare solo un paio di bocconi, imbrattandomi tutta la faccia, e spargendo il resto per terra intorno alla scodella. Si divertivano molto, ridevano, poi qualcuno venne ad asciugarmi la faccia con una salvietta, porgendomi anche un pezzo di focaccia riempito con un po’ di carne. Ad ogni boccone che mi davano, mi ordinavano di leccare la mano di chi me lo dava e di muovere il culo come se scodinzolassi per la gioia. Mangiarono abbondantemente e ne dettero in abbondanza anche a me. Mi versarono da bere nella scodella ma non riuscivo a lappare come volevano, così mi versarono un bicchiere e uno di loro me lo versò in gola. Scoppiai a tossire forsennatamente dal bruciore del liquore a cui non ero assolutamente abituata. Mi obbligarono a berne ancora in piccoli sorsi. Ormai erano piuttosto alticci, come testimoniavano le risate continue che suscitavo in loro, ma anche il mio cervello era immerso in una specie di “trance”. Si erano alzati per darmi da bere nei loro bicchieri ed io dovevo leccargli le mani ad ogni sorso, poi, come mi aspettavo, aprirono le lampo dei pantaloni e mi dettero il loro cazzi da leccare. Facevo del mio meglio per accontentarli tutti e quando uno di loro reclamava la mia lingua mi dava una sonora pacca sulle natiche, poi Rubio decise che quel gioco non gli piaceva più, mi girò dietro e mi infilò il cazzo nella figa a pecorina. Mi scivolò dentro senza fatica perché ero eccitata e lubrificata a puntino. Mi pompava splendidamente e in quel momento ho pensato che, tutto sommato, quello che mi stava capitando non era poi tanto male e che quei cazzi mezzi indios erano decisamente superiori a quei pochi di italiani che avevo conosciuti. Rubio mi riempì la figa di sperma, mescolandolo agli umori del mio orgasmo, mentre uno dopo l’altro ingoiavo quello degli altri due. Tra il cibo, il liquore ed i loro succhi, provavo un leggero senso di nausea mentre mi sollevavano portandomi sul letto, ma mi sparì subito quando le loro lingue cominciarono ad esplorare il mio corpo. A turno mi porgevano il cazzo che mi affrettavo a far sparire nella mia bocca, poi Rubio, sempre da lui partivano le iniziative, mi fece impalare a cavalcioni del primo che era tornato in tiro e mentre continuavo a prendere in bocca l’altro mi infilava un dito nell’ano. Forse lo aveva unto con olio, fatto sta che mi scivolò dentro come una grossa supposta, senza difficoltà. Il mio cervello era completamente in tilt, esploso in un turbine di piacere non appena il dito di Rubio ed il cazzo che si muoveva nella mia figa si erano incontrati attraverso la sottile parete perineale. Sentivo quel dito rotearmi dentro circolarmente, allargandomi lo sfintere, l’orgasmo che montava dentro di me non era niente di paragonabile a quanto avevo provato in precedenza, cominciò a scuotermi molto prima che esplodesse, provocando nel mio corpo sussulti come scosse elettriche, dalla mia bocca uscivano grida di piacere che mi sconvolgevano come provenissero da un essere animalesco che si era destato in me. Desideravo con tutte le mie forze essere penetrata dal cazzo di Rubio, il suo dito non mi bastava più e gli gridavo di darmelo, così quando cominciò ad entrare, dilatandomi fino farmi sembrare che la parete che li separava dovesse lacerarsi, iniziò un lungo, sconvolgente orgasmo, interminabile o forse una serie quasi ininterrotta di orgasmi, che mi fece piegare sul petto di Paco, schiacciata e quasi soffocata dal corpo di Rubio che premeva sulla mia schiena, quasi impossibilitata a muovermi, fosse anche per quel poco che mi consentiva di continuare il pompino al terzo di loro.
La notte trascorse con pause di sonno profondissimo alternate a fasi di semicoscienza, durante le quali qualcuno di loro mi prendeva, in figa o in culo, passando dall’orgasmo ad un nuovo sonno, senza soluzioni di continuità.
Quando mi svegliai ero sola nel letto, sentivo dolermi ogni parte del corpo che muovevo, ma completatamene rilassata e appagata. Non potei fare a meno di confrontare questo risveglio a quello precedente: forse non avevo dormito molto di più ma adesso mi sentivo in paradiso, quanto mi ero sentita all’inferno allora. Girai le poche stanze, tranne la “cella” che era chiusa a chiave. Ero sola. Cercavo la mia valigia o comunque qualsiasi indumento da indossare, ma non trovai niente. Per poco avevo sperato che ci fosse un telefono ma era ovvio che non potevano avermelo lasciato. Anche il pc, che avevo provato ad accendere era scollegato e i tentativi di trovare un qualsiasi collegamento con la rete furono inutili.Tutte le stanze avevano una finestra chiusa con inferriata. L’unica porta esistente dava sul cortile interno, era chiusa da una porta metallica ed inoltre due grossi cani si aggiravano nel cortile. Avevo sperma seccato quasi in ogni parte e quindi mi decisi ad andare in bagno, dove fortunatamente erano rimasti sia il bagno schiuma che lo shampoo. Rimasi a lungo nella vasca massaggiandomi pigramente con la schiuma morbida. Uscita e asciugata non mi restava che tornare a letto o guardare i cani scorrazzare nel cortile. Per un po’ li guardai e mi resi conto che erano maschio e femmina e probabilmente in calore, dato che li vidi accoppiarsi a lungo.
Tornai a letto eccitata da quello spettacolo, iniziai a masturbarmi ma la stanchezza mi vinse prima che mi fossi eccitata.
Fui svegliata dalle voci dei tre che erano rientrati e restai sul letto mentre loro si spogliavano e manifestavano tutto il loro piacere nel trovare a casa al ritorno dalla giornata di lavoro(????!!!) il corpo di una donna, bella per giunta, così dicevano, pronto a soddisfarli. E in effetti tutti e tre presero abbondantemente la soddisfazione dei loro desideri dentro di me mescolando i loro orgasmi ai miei numerose volte. Durante la cena questa volta ebbi l’onore di poter sedere a tavola con loro. Bevevano molto e mangiavano ancora di più ed anch’io ero contagiata dalla loro ebrezza e anche dal bere a cui mi portava il cibo molto piccante. Poi fece la sua comparsa l’”erba”. Uno preparò la sigaretta che si passarono fra di loro e anch’io provai alcune tirate che mi stordirono completamente, lasciandomi un uno stato di semicosciente galleggiamento, ma accentuando in maniera estrema i miei desideri sessuali. Mangiavo, bevevo, fumavo e li provocavo perché mi scopassero in ogni modo, senza mai sentire stanchezza o sazietà, mantenendo sempre vivo, al contrario, il desiderio di provare altro piacere. Nelle pause i tre raccontavano storie sconce, esplodendo in fragorose risate e a me venne in mente di raccontare, quello che avevo visto , nel pomeriggio, dalla finestra sul cortile circa l’accoppiamento dei cani. Mi resi subito conto dell’effetto devastante del mio racconto. Rubio chiamò i cani che si precipitarono da lui. Gli altri due mi tenevano ferma, obbligandomi a restare inginocchiata sul pavimento. Con le manette ai polsi mi attaccarono ai montanti bassi della scaffalatura, mentre mi bloccavano le gambe e il bacino. Rubio passo più volte la mano sul sesso della cagna e fece la stessa cosa sulla mia figa. Poi chiamò il maschio ad annusarmi. Sentivo il suo naso umido e fresco infilato da Rubio fra le labbra della fica. Poi lo aiutò a salire sulla mia schiena. Le sue unghie mi graffiarono e gridai. Allora Rubio, si tolse scarpe e calze e rivestì con queste ultime le zampe anteriori del cane che mi salì di nuovo in groppa e trovò presto con la punta del suo membro la mia fica. Iniziò subito a dimenarsi freneticamente penetrandomi sempre più profondamente, man mano che trovava la giusta posizione, anche aiutato dai tre. Il suo membro non aveva una grossa dimensione ma la velocità a la frenesia con cui mi penetrava finirono con l’eccitarmi. I tre erano entusiasti dello spettacolo e incitavano sia il cane che me a rendere più eccitante la “performance”. Chiamavano il cane “grande scopatore” e me “cagna puttana” e anche questo contribuiva ad eccitarmi. Poi il cane si bloccò di colpo, rimanendo immobile dentro di me. A niente valevano gli incitamenti e le spinte perché continuasse a muoversi. Sentivo il suo membro ingrossarsi e quasi saldarsi alle pareti della vagina, finché un getto interminabile di liquido seminale m’inondò, continuando a sgorgare per lunghissimi minuti. Quando lo staccarono da me una cascata m’inondò le cosce dilagando sul pavimento. Seguì un’altra notte, costellata come la precedente di penetrazioni singole, doppie o anche triple.
Mi svegliai non sola, a differenza della mattina precedente, ma con l’intenso piacere che mi dava Rubio, penetrandomi lentamente e profondamente, tenendo le mie gambe divaricate, fin quasi a farmi dolere la muscolatura interna delle cosce. Mi scopava come se volesse lasciarmi un ricordo di sé, del piacere che riusciva a darmi. Anche dopo, sull’aereo che mi riportava in europa, il piacere provato in quei momenti riusciva a mozzarmi il fiato. Ebbi due orgasmi intensissimi, prima che anche lui si abbandonasse, stramazzando su di me, lasciando scorrere i fiotti caldi del suo sperma.
Mi chiamò a fare colazione, con abbondante caffè e focaccia con miele e marmellata e torta. Disse in modo sibillino di rinforzarmi, perché sarebbe sta una giornata dura per me, ma che sarebbe stata l’ultima e che poi avrei potuto tornare a casa. Nessuno di loro aveva più parlato delle accuse che mi avevano fatto all’inizio, circa i documenti falsi, l’auto rubata e la droga ed io ovviamente mi ero ben guardata dal rivangare quei discorsi. Anche quella mattina, accennando ad una mia possibile prossima partenza, nessun riferimento a quelle accuse così pesanti. Naturalmente continuai a chiedergli il perché avesse fatto quell’avvertimento circa le ore che sarebbero venute e finì per dirmi bruscamente che avrei scopato con parecchi uomini che avrebbero pagato bene per farlo e che quindi dovevo essere molto “brava”, quanto ero sta brava nel far godere lui. Mi disse che era l’ultimo giorno che avrei passato lì e che l’indomani mi avrebbero rispedita in patria con foglio d’espulsione.
Dopo poco tempo iniziò la processione dei “clienti”. I primo fu un’uomo sulla sessantina che mi chiese solo di fargli un pompino, poi si susseguirono gli altri, senza sosta. Avevo solo il tempo di andare a lavarmi e quando tornavo in camera trovavo un altro già spogliato, ad attendermi sul letto.
Durante la “prestazione” sentivo le discussioni a voce altissima col successivo circa il prezzo richiesto. Era naturale che avvenisse dato che, in questo paese, per qualsiasi merce, vige l’abitudine di chiedere un prezzo di 2 o 3 volte superiore, per poi arrivare al prezzo giusto dopo una specie di rituale litigioso. Cercavo di capire quanto pagassero, anche perché qualcuno di loro si era lamentato di un “impegno” inadeguato al prezzo elevato che aveva pagato. All’inizio credevo di aver capito che venisse chiesto da Rubio l’equivalente in moneta locale di 300 dollari e la cosa mi aveva lusingata, ma poi mi resi conto che non avevano pagato più di 100 o 150 dollari, neppure per il rapporto anale che era il più richiesto dalla maggior parte degli uomini “validi”. Solo i più deboli fra gli anziani chiedevano un pompino mentre il sesso tradizionale era richiesto solo da una parte dei “giovanissimi” alle prime esperienze e da qualche anziano che sparava le ultime cartucce. Il ritmo delle mie prestazioni subì un rallentamento verso l’ora di cena e ne approfittai per riposare un po’, non avendo alcuna voglia di mangiare, probabilmente anche a causa della quantità di sperma ingoiato. Riprese però presto e più intensamente di prima nelle prime ore della notte, protraendosi fino alle ore più inoltrate, fin quasi all’alba. Uno più uno meno, avevo calcolato di aver avuto una quarantina di “clienti”.
Mi svegliarono nel pomeriggio. Nella camera era riapparsa la mia valigia. Potei lavarmi, mangiare e vestirmi. Mi sentivo strana nel mio abbigliamento, dopo quei giorni trascorsi sempre nuda. Mi senti girare la testa per le vertigini quando tornai a respirare all’aria aperta nel salire in macchina.
Poi la corsa veloce fino alla città, lo zigzagare frenetico nel traffico convulso cittadino, con sorpassi continui da brividi. Fecero loro il check-in e mi accompagnarono fino alla scaletta dell’aereo. “Addio e non tornare più in questo paese!” Fu il saluto di Rubio.
Sul seggiolino dell’aereo sentivo il corpo indolenzito, l’ano mi doleva e mi bruciava, ma ero felice!
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