la nuova vita di sandra

Mi chiamo Sandra e sono una moglie/mamma felice, la mia vita scorre tranquillamente lungo i binari di una normale vita di una famiglia borghese italiana. Ho un marito che svolge una professione in maniera redditizia che ci permette di vivere agiatamente, due figli (15 e 10 anni) che crescono felicemente attraversando come tutti le avversità della pubertà. Però, e c’è un però, da qualche tempo qualche cosa mi sta turbando; diciamo che quando cammino per strada comincio a seguire con occhi interessati i profili femminili, a scrutare cosa possono nascondere sotto i leggeri ed impalpabili vestitini estivi.

Tutto è cominciato proprio così, ammirando ciò che si poteva immaginare dalle siluette che la stagione aiutava a percepire, poi, piano piano, tutto cominciava a degenerare; frequentavo posti affollati per potere allungare le mani e carezzare i sederi od i seni delle fanciulle che più li esibivano, passavo vicino agli spogliatoi dei grandi magazzini cercando di rubare furtivamente immagini provocanti dalle fessure delle tendine. Sono arrivata al punto di appartarmi con semplici scuse nei bagni di casa delle mie amiche per frugare nelle ceste della biancheria sporca per cercare slip usati e ricchi degli aromi che il sesso femminile sa regalare. Ultimamente ho scoperto una forte amicizia con una vecchia conoscenza di scuola, un reciproco interesse che speravo si trasformasse in qualche cosa di più, e che sembrava promettere qualche cosa di più. Anche lei come me era felicemente sposata e con una bella famiglia che la soddisfava completamente, ma anche lei cercava in questa età di transizione un qualche diversivo. Avevamo cominciato a frequentarci molto spesso coinvolgendo anche le famiglie; i figli maggiori uscivano con la stessa compagnia mentre quelli minori giocavano al basket nella stessa squadra. Spesso la mattina si andava a fare la spesa e lo shopping assieme e la confidenza cominciava a trasformarsi in complicità. Capitava sempre più spesso che ci chiedevamo pareri sugli acquisti dei vestiti e talvolta ce li provavamo contemporaneamente nello stesso camerino, senza lesinare commenti sui rispettivi fisici mantenuti integri da un assiduo frequentamento della palestra. Pochi giorni fa questa situazione è diventata molto calda in un negozio di intimo, dove io dovevo trovare un completino particolare per un regalo fisico a mio marito che compiva i suoi 45 anni. Nulla di particolare, ma molti gesti, allusioni e dolci carezze che mi hanno fatto pensare che la mia cara amica Miriam poteva essere guardata sotto un diverso punto di vista. Oggi poi penso di aver passato uno dei sabati più eccitanti della mia vita; un’iniziazione che non poteva essere migliore. Le due famiglie decidono per una giornata dedicata alla pesca, tutti via con la barca per una battuta di pesca mentre le mogli, che non gradiscono svegliarsi all’alba per andare in mezzo al mare con una fetida puzza di freschino, restano a casa per preparare una ricca cenetta per il rientro dei pescatori. Un’occasione unica per scoprire Miriam, un amica, anzi una donna affettuosa e dolce, cosa che non mi sarei mai immaginato fino a poco tempo fa. Ma andiamo per gradi; quando è arrivata a casa mia sono rimasta affascinata, era radiosa, con una camiciola leggera che lasciava vedere, anzi intravedere ed immaginare un succoso contenuto racchiuso in un reggiseno di pizzo bianco lasciato ampiamente in vista, poi in vita portava una gonnellina plissettata tipo kilt scozzese, ma senza lo spillone e questo nel camminare permetteva ampie vedute a chi se ne interessava, calze naturali leggerissime (comincia a rinfrescare qui al nord) e stivali al polpaccio con tacco medio. Carinissima, a lei dona molto questo look con la sua aria sbarazzina e giovanile. Nel contempo però sono pure restata male, infatti io non avevo curato in modo particolare il mio abbigliamento, indossavo una maglietta normalissima portata senza reggiseno che lasciava l’ombelico in vista ed un paio di pantaloni mezzi estivi bianchi aderentissimi, ma proprio da faticare nel metterli. Questa è stata l’unica malizia che mi ero permessa, pantalone cucito sopra le mie forme in modo da lasciare in piena vista il tanga alla brasiliana bianco che portavo sotto e che speravo nell’arco della giornata permettesse la visione della mia passera in tiro penetrandola il più possibile, cosa che è successa immediatamente, nel momento in cui l’ho vista (sarà stato il rigonfiamento dell’apparato genitale creato dall’eccitazione) tant’è che mio marito prima di lasciarmi me l’ha fatto notare con una furtiva quanto approfondita carezza dicendomi scherzosamente se mi ero preparata così per Miriam (non sapeva quanto era vero).
Appena restate sole abbiamo cominciato a conversare del più e del meno prendendo un caffè; mentre lo preparavo dando la schiena alla mia amica, mi sentivo terribilmente osservata, scrutata da capo a piedi, ma soprattutto sentivo la sua voce calda e rilassante che cominciava a toccare argomenti interessanti: apprezzamenti che partendo dalla casa stavano arrivando al mio aspetto, all’abbigliamento, al mio sedere sodo e giovanile, all’aerobica che me lo mantiene bello alto, poi una tastatina per controllarne la consistenza, l’apprezzamento per l’intimo (quello acquistato insieme pochi giorni prima) che ne faceva risaltare la rotondità con quel pizzico di malizia che una donna deve esibire per colpire l’occhio e la libido degli uomini. A quel punto mi sono sbilanciata dicendo che si può rubare l’attenzione non solo agli uomini, ma anche alle donne; infatti le dico che da un pò di tempo mi diverto a notare le reazioni che provoco volutamente alle altre donne, e quella che loro, volutamente o no, provocano in me. Sono stata proprio brava, avevo toccato il tasto giusto, lei mi dice che in effetti una certa reazione l’avevo innescata pure in lei e non solo da oggi, anche se oggi, il fatto di essere li con lei da sola per tutta la giornata l’aveva turbata, già da qualche giorno e il vedermi adesso con quei pantaloni le creava una strana ed insolita sensazione. Nel dire queste cose, nel parlarsi di certi argomenti ci eravamo rilassate e messe comodamente a sedere sui divani, una di fronte all’altra, e non so se consapevolmente o meno, ambedue ci stavamo regalando viste paradisiache. Lei mi faceva capire che il suo intimo era abbinato, al reggiseno di pizzo bianco che continuava a fuoriuscire dall’ormai quasi aperta camiciola, ora potevo ammirare fra le sue gambe parzialmente aperte un triangolino ricamato dello stesso colore (ancora non riuscivo a capire di che tipo di slip poteva trattarsi) e questa visione unitamente al fatto che il mio modo in cui ero seduta faceva aderire il tessuto dei pantaloni alla mia passerotta, regalava a lei la radiografia del mio apparato genitale (fra l’altro questa penetrazione del tessuto ed il massaggio che ad ogni movimento questo provocava al mio clito mi stavano annebbiando i sensi).
Certo ormai sapevamo ambedue dove volevamo arrivare, ma volevo prolungare l’attesa, mi piaccia molto prolungare quanto più possibile questi momenti di attesa e di desiderio. Allora di scatto mi alzai e la incitai a cominciare la programmazione della giornata ed a pensare cosa preparare per la sera alla ciurma dei pescatori di ritorno. Girammo per casa indaffarate per alcune ore, ed ogni occasione era buona per sbirciare il suo splendido seno dall’alto o le sue gambe velate dal collant tuttonudo 20 denari del quale in molte occasioni riuscivo a valutare ogni particolare, senza mai lesinare commenti di apprezzamento nei suoi confronti; del resto pure lei faceva altrettanto e tutto ciò creava un clima di complicità sempre maggiore. Sempre più spesso i commenti erano accompagnati da lievi carezze alle gambe, ai sederi, alle guance ed anche ai seni. Lei tendeva a spingersi sempre più a fondo, le carezze al sedere e cominciavano ad insinuarsi sempre più verso il basso e quando mi ritrovavo chinata a prendere qualche cosa, la sua mano sicuramente percepiva il calore che il mio sesso ormai emanava.
Ad un certo punto mi ritrovai in una situazione terribilmente particolare ed eccitante; stavo prendere una pentola negli armadietti bassi della cucina e girandomi ed alzando la testa mi sono ritrovata sotto la gonna di Miriam; avevo davanti al naso, anzi a contatto di naso il suo monte di venere coperto da un minuscolo pezzetto di stoffa che ne esaltava la bellezza e la misticità. La situazione (penso a questo punto da lei provocata) ed il profumo che stavo inalando mi hanno portato a non pensare più a nulla, alle conseguenze o a cos’altro; ho tirato fuori la lingua e le ho dato una furtiva ma profonda leccata. Non so se era un orgasmo o cosa, mi è scoppiato un innalzamento di pressione, un batticuore che non avevo mai provato. Finalmente sentivo il sapore che gli indumenti umidi della mia amica permettevano di assaporare, sapori conosciuti ma mai provati, sapori di donna, diversi da quelli dell’uomo, né meglio né peggio, diversi, forse meno forti, più godibili. Ora la paura, l’attesa della reazione, cosa dirà cosa farà’
Secondi che non passavano mai, belli, bellissimi, dove percepisci al massimo quelle sensazioni che l’eccitazione sessuale e quella dell’attesa e della paura ti possono fornire.
Le sue mani sulla mia testa e l’allargarsi delle sue gambe furono la risposta, una risposta che in quel momento era un regalo per i miei istinti che ormai avevano preso il possesso della mia ragione. Avrei voluto gridare la mia eccitazione, la mia goduria, la mia felicità di quel momento da tanto atteso ma che tanto mi faceva paura. Ho cominciato a leccare e mordere come non mai, leccavo tutto senza sapere quello che facevo o che leccavo, l’interno delle cosce, la figa, il ventre, e scendevo fino alle ginocchia per poi tornare su, inserire il naso nel solco ormai bagnato e profumato di quei profumi che fino ad ora erano solo i miei, ma che ora erano anche di altre donne, di una donna, della mia amica, di lei di Miriam, una donna che mai e poi mai avrei pensato di ritrovare sotto la mia lingua. Lei respirava affannosamente e si dimenava come una matta, avrei voluto vederla in faccia, vedere la sua gioia. Di colpo esco da sotto il sipario e la guardo, aveva gli occhi chiusi, non so se per l’eccitazione o la vergogna; piano piano li apre, mi guarda e dopo alcuni secondi insieme ci sorridiamo, intuendo che quello che era successo in fondo lo avevamo voluto tutte e due, e che solo le nostre paure avevano rimandato ad oggi.
Mi alzo, le prendo la faccia e finalmente ci baciamo, un bacio tenero, lento, profondo, umido, sensuale, lungo, lungo, lungo ed ancora lungo. Saremo rimaste ad intrecciare lentamente le nostre lingue per almeno dieci minuti, in piedi in mezzo alla cucina come due ebeti, ma fu un momento fantastico. Il bacio con una donna non assomiglia a quello con un uomo, o almeno a quello di molti uomini, è diverso nel sapore nei ritmi e pure nell’intreccio; o forse è solo Miriam che è così.
FANTASTICO.
Ci siamo portate sul divano ed abbiamo continuato a baciarci lasciando le mani finalmente libere di conoscere i corpi da tanto desiderati; accarezzare le gambe velate dalle calze mi è sempre piaciuto e mi è sempre piaciuto farmi accarezzare le gambe fasciate nei collant, soprattutto in quelli molto leggeri, impalpabili, insomma le mani giravano e si insinuavano nella fessura ormai madida di umori e saliva che lo strusciamento stava ulteriormente ampliando. Anche le sue mani lavoravano senza tregua insinuandosi in quel collant di tela che ormai i miei pantaloni erano diventati. Non ci bastava più ormai quella situazione ed è bastato uno sguardo perché lei si alzasse e si posasse in ginocchio davanti a me, mi prendesse la maglietta e me la togliesse da sopra la testa lasciandole la visione dei miei piccoli ma preziosi seni; senza batter ciglio mi diede alcuni bacini da sopra i pantaloni alla passerina, poi con calma e lentezza studiata mi ha aperto la cerniera e sfilato i pantaloni (per certi versi è stata un operazione comica, perché non volevano venir via, talmente aderenti ed appiccicati dal sudore).
Sono rimasta col tanga davanti a lei che mi ammirava e cercava di cogliere anche la più piccola delle mie curve, poi di colpo si abbassa e comincia a succhiarmi i capezzoli che ormai sembravano dei bastoncini di liquirizia tanto duri e scuri erano diventati. Che goduria, pensavo di impazzire, non so se ho urlato sussurrato cantato o cosa, ma ero come in un altro mondo, non cera tempo, suono o visione che potesse distrarmi, o almeno così pensavo. Infatti, un suo abile tocco fece in modo di tirarmi verso l’alto lo slip, inserendolo ancor di più fra le gonfie labbra che proteggono il fulcro del mio piacere, provocandomi una scarica elettrica ad alto voltaggio che mi ha portato ad urlare il suo nome e contemporaneamente ad avere un orgasmo così orgasmo che quelli che avevo avuto sino ad ora sembravano altra cosa, nemmeno tanto simile. Non so se ho perso i sensi, forse no, ma mi sono lasciata andare godendomi quello che stava succedendo, forse anche un pò egoisticamente, ritardando non poco ciò che volevo fare per renderle ciò che mi aveva regalato; ma era troppo bello per non assaporarlo con calma nel pieno delle sue sensazioni, volevo ricordarmelo bene per poterlo rivedere una volta che tutto fosse finito, la sera nel letto prima di addormentarmi per tornare ad eccitarmi al pensiero di quanto accaduto.
A questo punto lei si abbassa con la testa fino al mio pube e inserendo la sua lingua fra il cotone ed il ventre cerca di sostituirsi all’intimo all’interno del mio sesso. Con un mio rapido intervento la fermo, mi alzo e ribalto la situazione sedendola sul divano ed aprendole vergognosamente le gambe. Volevo renderle pan per focaccia, ma nello stesso tempo volevo tenere dentro di me quel tessuto che ad ogni movimento mi provocava dei brividi di estasi. Lo spettacolo che mi appariva davanti era strepitoso; ha più o meno i miei anni (40), le forme arrotondate di questa età, un pò più di me ma non eccessive, anzi le donano anche perché, vestita come era la facevano sbarazzina, donna matura che cerca tenerezza, quella tenerezza inesperta che possono avere le ragazzine in cerca di protezione. La posizione che mi donava ogni suo frutto era terribilmente invitante; le sfilo gli stivali e comincio con il succhiarle l’alluce, le dita, il piede (mi piacciono molto i piedi, ho provato in privato anche a succhiarmeli da sola e ciò mi ha provocato molto piacere in certi momenti solitari) risalendo pian pianino su su, fino a dove il corpo e la carne si scaldano in maniera inequivocabilmente provocatoria. Poi prendo il bordo del collant e comincio a sfilarglielo; man mano che la sua pelle viene a contatto dell’aria si sprigionano i profumi di una evidente eccitazione; non riesco a sfilarglieli completamente che già mi riempio completamente la bocca del suo pronunciato monte di venere, tutto completamente dentro la mia capiente bocca, e succhio, aspiro come una ventosa passando su e giù la lingua fra le sue labbra umide protette ormai solo dal pizzo bianco di uno strig minimamente ridotto nelle sue dimensioni. Sento le sue mani spingermi la testa contro il suo piacere, quasi non riesco a respirare, ma quello che sento è profumo, fragranza di figa pura. Con un colpo di mano le levo pure quell’ultima minima barriera di cotone e pizzo bianco. E’ completamente rasata di fresco, la lingua scivola, è fantastico, la bacio su quelle labbra come se stessi limonando. Intanto le mani le slacciano quei due o tre bottoni della camicia che erano rimasti chiusi e mentre lei se la leva comincio a sondare il suo seno, non enorme ma dalle forme pronunciate, sodo ma morbido e dal capezzolo ormai puntito come di più non può. In un batter d’occhio resta nuda con la gonnellina (è bellissima). Salgo e per la prima volta mi accingo a ciucciare un capezzolo, mi sembra strano, ma in fondo cosa ho fatto di normale oggi’ Li succhio fino a farli diventare rossi, li rilascio con lo schiocco, li mordo fino a farla urlare, non so se di piacere, di dolore o di tutte e due, certo è che se la sta godendo. Continua a ringraziarmi, a dirmi di continuare, di farla godere. Di colpo mi piacerebbe avere un cazzo, vero o finto per penetrarla ed accontentarla (è la cosa che più mi preme ora, farla godere da impazzire), così mi balena un’idea, corro in bagno e prendo la mia amica di solitudine, la mia spazzola preferita, morbida da una parte, rigida e grossa dall’altra (quando la ho acquistata lo scelta in base a queste precise caratteristiche, e se qualcuno la annusasse certo non sentirebbe profumo da parrucchiera ma ben altri aromi). Torno veloce e vedo che mi cerca con occhi preoccupati; non capisce ancora cosa voglio fare ed è sorpresa che io l’abbia abbandonata per una spazzola. Mi avvicino, torno a scaldarla con qualche bacino qua e la, poi comincio a passarle la setola sulle vulva glabra, partendo da sotto per arrivare al clito che, appena viene a contatto con quel nuovo giocattolo le provoca il primo scossone, accompagnato da un secondo, un terzo e poi ritmicamente gli altri, ritmicamente, ritmicamente, creando un va e vieni che le mette in moto i fianchi che partono come se stesse scopando con la spazzola; si sente salire l’eccitazione, allora giro la spazzola e lentamente ma inesorabilmente le infilo il cilindro di plastica (ha un’impugnatura resa anatomica con gli avvallamenti per le dita, che male non fanno per la funzione da me assegnatali), prima fino a metà e poi fino in fondo. Miriam è completamente partita, si dimena come una matta cercando il rapporto con la spazzola, che quando arriva a fine corsa spazzola con le setole il clito ormai rosso paonazzo (ha un clito abbastanza pronunciato, non ne avevo mai visti così dal vivo, solo nelle foto in rete). Il tutto dura ancora molto poco perché con un urlo liberatorio libera un orgasmo copioso, uno schizzo che mi sorprende e che cerco di catturare con la bocca abbassandomi sul suo ventre. Ora sembra morta, non muove un dito, se ne sta zitta senza fiatare ed io la lascio tranquilla di riprendersi come e quando vuole. Sono con la testa appoggiata sulla sua pancia che ammiro la sua passerota tutta bagnata con ancora inserita la spazzola, uno spettacolo. Gliela sfilo lentamente provocando un sussulto incontrollato che la smuove dal torpore e le fa pronunciare un ‘Grazie’ che ricorderò a lungo.
Poi nulla di particolare, una doccia insieme languida e tenera, accompagnate solo da bacetti e carezze innocue, ed un pomeriggio di lavoro per preparare tutto per la cena con un clima ed un armonia che forse si riesce a trovare solo fra due ragazzini che per la prima volta provano dei sentimenti reciproci. Splendido e tenero.
Un’unica perla ci siamo permessi, uno scambio di mutandine; per il resto della giornata io ho indossato il suo string di pizzo bianco e lei il mio tanga brasiliano bianco. Un qualche cosa che ci tenesse a contatto anche dopo il ritorno delle rispettive famiglie, un ricordo per il dopo, per quando lei con i suoi a notte inoltrata e la pancia piena ci ha salutato per tornarsene a casa; il profumo che potevamo assaporare prima di mettersi a letto con i propri mariti.
Mentre ci preparavamo per la notte mio marito mi ha chiesto quando avevo acquistato quelle mutandine che non aveva mai visto ed io spiritosamente gli ho risposto che era un regalo del mio amante e che per questo le avrei tenute su anche durante la notte, una risata comune e poi ci siamo messi a letto. Come mi aspettavo aveva percepito il mio stato di eccitazione latente, mi ha chiesto pure se con Miriam era successo qualche cosa, sentiva una strana complicità, la mia risposta non poteva essere altro che era lei la mia amante. Per sdrammatizzare lui mi prende, mi bacia mi toglie lo slip e mi dice che ora mi toglie lui la voglia di avere altri amanti.
Mi sono un po’ lasciata andare nella descrizione, sarà caotica e confusa (non sono mai stata brava in italiano a scuola), comunque mentre scrivevo ho rivissuto tutto come l’altro giorno, una cosa unica che ora mi permette di essere un po’ più libera psicologicamente, più consapevole di quello che sto provando e, evidentemente l’eccitazione ha prevalso, ho tirato fuori lo string ancora profumato dando libertà all’istinto del ventre, toccandomi da sotto le gonne (ora dovrò lavare un altro paio di slip).
Con Miriam non ci siamo ancora risentite, ma aspetto con ansia

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